Avete presente quando si dice “è partito per l’America e in stiva ha portato 4 vestiti e una chitarra”? Ecco, più o meno è quello che è capitato a me, quando 3 anni fa ho salutato – dopo 40 anni – i laghi lombardi per imbarcarmi verso l’Appennino bolognese.
Arrivi a destinazione e cerchi come minimo gli stessi sapori che ti deliziavano da una vita, no? Così come chi si prodigava a formulare le meat-balls da schiaffare nel sugo degli spaghetti, io mi son messo a cercare il “pane musicale” che mangiavo dove stavo prima.
Pane e heavy-metal e cerca che ti ricerca… Posso salvare Porretta Terme… ma da Gaggio a Sasso Marconi, sconfinando fino a Monzuno o a Montese (perfino Zocca), il piatto piangeva sempre più.
È come se fossi stato in ibernazione per anni e al risveglio, in un bar d’Appennino qualsiasi: “oh ma dove sono tutti? Ma che è ‘sta robba? Ancora la dance anni ’90? Re-ibernatemiiii vi pregooooooooooooooooo!”. A me che avevano insegnato l’equazione: “Festa della Birra = Hard Rock + Mutòr”…
E qui invece in mezzo agli Appennini, sui campi a segare il fieno, mi ritrovo coetanei o giù di lì, imbolsiti o smilzi, che ascoltano la musica maraglia… Ma cooome? Loro!!!… proprio loro! Che dovrebbero essere il simbolo della durezza e della crudeltà del lavoro agricolo… Proprio loro! Che dovrebbero avere, come minimo, la delicatezza dei movimenti paragonabile ad un “blast beat” di Frost e una voce fatta di imprecazioni – rigorosamente nell’idioma locale – in “growl” scaccia-lupi…
E invece girano con le loro Golf bianche GTI con “am blu da bu di da bu da” a cannone… C’è qualcosa che non va… Non ci siamo proprio!
E se provassi a fare quello che NON sta facendo la FIGC con i calciatori italiani? O la scuola dell’obbligo con i nostri piccoli talenti scientifici e artistici? Cioè se provassi ad allevare un vivaio di metallari? Se provassi a mettere un semino nei loro campi, ecco…?
Una sorta di musicassetta coi brani battezzanti, per le future leve di metallari… con la speranza che rocckeggiando possa venir loro la voglia di suonare uno strumento, di fare headbanging a tempo di doppia cassa! Esattamente come accadde a me quando di anni ne avevo 14-15…
Ecco, questo è il preambolo che vi spiega come nasce “Madhouse”, il podcast che è una specie di “non-luogo”, che è una specie di musicassetta virtuale chiamata “podcast”, nell’era del multimediale. Nasce da questa esigenza, ovvero dalla speranza che il seme rappresenta, esattamente come è accaduto a me, di poter far germogliare orde di musicisti, meglio se metallari, ma in grado di “slonzare” via dai bar collocati tra le valli di Reno e Panaro, i DJ set improvvisati che martellano e fracassano gonadi & co. con le playlist sempre identiche e soprattutto USB.
Un progetto che fa conoscere il lato sociale, prima di tutto, di un genere immortale. Un genere ed un popolo che è vittima sia di pregiudizi musicali che estetici, nonché di stima estrema da parte di musicisti con curriculum da paura… per i quali il metal è una sorta di oracolo, al cui apice c’è la chiave per suonarle di santa ragione a tutto il mondo. Un genere che si rinnova sempre e che sperimenta. L’unico metal morto è quello che non si vuole ascoltare.
Il nome “Madhouse” è un tributo alle tante cose che mi hanno fatto crescere in buona percentuale metallaro:
- È una canzone degli Anthrax, che sono una delle band preferite dei miei cugini (Cristina e Paolo) che mi “iniziarono” al metal;
- È un tributo al programma “Metal Thrashing Mad” della ormai spenta Radio Lupo Solitario, di Roby e Michi, programma specifico sull’heavy metal che mi ha fatto crescere;
- È un manicomio sonoro, già, perché quando si ascolta metal, perfino quando lo si studia a livello strumentale, nasce in un modo o nell’altro una sfida coi propri demoni interiori. Qualsiasi genere del metal, QUALSIASI, porta l’ascoltatore a elaborare le proprie paure ed esorcizzarle, attraverso questa musica. O meglio, se riesce ad esorcizzarle, la “terapia” riesce e il metal raggiunge il suo scopo. Altrimenti i risvolti possono essere devastanti;
- E’ una canzone che mi è sempre risuonata in mente, come sottofondo sonoro in un periodo della mia vita nel qual e mi son cimentato anche a suonare metal in una piccolissima band di amici e con un insegnante virtuoso che mi ha passato i segreti del Pick of Destiny.
Quindi Madhouse è soprattutto un gesto di speranza. Non è un podcast di recensioni sul metal. E chi sarei io per giudicare? Il giudizio musicale di ognuno di noi è dal mio punto di vista una cosa intima. Non si può influenzare l’intimità di una persona. La si deve in qualche modo (perdonatemi il paragone), stimolare. E se c’è feeling è fatta. Quindi? Ehhh quindi, troverete un bel po’ di storie, interviste celebri a personaggi famosi del metal in situazioni “esagerate”, cronache, curiosità sulle sonorità, sullo stile e in ogni puntata una playlist che crea il giusto scenario. Sperando di far incuriosire l’ascoltatore e contagiarlo della mia-nostra (perché siamo un popolo) stessa pazzia.
Restituiamo alla musica suonata e a chi suona la musica dal vivo, il giusto spazio che merita. Vi aspetto nel mio manicomio.
Buon Metal a tutti!
Christian




