C’è stato un tempo in cui il castagno era chiamato “l’albero del pane”. Qui, a Poranceto, lo capisci subito.
I castagni non erano solo alberi: erano vita. I loro frutti sfamavano interi paesi, la loro legna scaldava, i loro tronchi diventavano case, ponti, utensili. Attorno a loro si costruiva un mondo semplice, ma solido.
Passeggiando sotto queste chiome ampie, ti sembra quasi di sentire quelle storie. Le mani che raccoglievano le castagne in autunno, i cesti colmi portati a valle, il fuoco acceso nei metati per essiccare i frutti. Poi la macina lenta che li trasformava in farina, e l’odore del pane, dolce e scuro, che usciva dal forno.
Ogni tronco, nodoso e imponente, è una testimonianza di quel legame profondo tra l’uomo e la natura. Alcuni castagni hanno secoli di vita: radici salde, chiome larghe come un abbraccio. Sono giganti silenziosi che custodiscono la memoria di chi ha vissuto di loro e con loro.
Camminando, ti accorgi che qui il tempo ha un altro ritmo. Non è l’orologio a scandirlo, ma le stagioni. L’estate che regala ombra e frescura, l’autunno che veste il bosco di oro e di rosso, l’inverno che lo rende scheletro e silenzio, la primavera che riaccende gemme e promesse.
A Poranceto tutto invita alla lentezza. Ogni passo sul tappeto di foglie secche è un dialogo lieve con il bosco. Ogni respiro porta con sé un profumo di terra umida, di muschio, di resina.
E mentre cammini, capisci che anche tu stai entrando in questa storia. Non raccogli frutti, non accendi fuochi, non macini farina. Ma porti con te un ricordo.
Quello di un luogo che non si limita a mostrarsi, ma che insegna. Insegna che la ricchezza più grande nasce dalla semplicità, che la vera abbondanza è condividere ciò che si ha, che la memoria degli alberi è anche la nostra.
Il Poranceto non è un bosco qualunque. È un archivio vivente di memorie, un pane che non sazia il corpo, ma nutre l’anima.

