L’inconsapevole storia d’amore tra la band di Cuneo e Bologna – concerto all’Estragon del 19.03.2026

Ascoltare i Marlene Kuntz che suonano Il Vile a Bologna, a trent’anni dall’uscita di questa meraviglia della musica underground italiana, è qualcosa che ti lascia addosso un netto misto di emozioni dolci ed amare. Rimasi folgorato, negli anni ’90, dai primi tre dischi della band di Cuneo, letteralmente folgorato. E sebbene qualcuno potrebbe chiedersi: “Ma questo qui com’è che passa dall’heavy metal a parlarci dei Marlene Kuntz e della musica alternativa italiana?”, beh, mettiamo le cose in chiaro.
Fatemi parlare con la presunzione di essere un musicista… perché comunque allo strumento ho dedicato tanti anni della mia vita e, quando uno strumento lo studi un po’, o cerchi di imparare a suonarlo, a farne una sorta di “protesi”-veicolo di quella che è la tua anima, beh, scopri una serie di cose che probabilmente chi è semplicemente ascoltatore non riesce, purtroppo, a vedere. Una di queste è la capacità di saper generare, attraverso la sensibilità di ciascuno, scenari immaginari col potere delle note, degli accordi, delle dissonanze e dell’atmosfera che una melodia riesce ad infondere. E devo dire che i Marlene Kuntz, nella mia personale e intima preferenza musicale, fanno né più né meno lo stesso lavoro che, nella mia mente, fanno gli Emperor, o i Testament, o i Death Angel: hanno tutti la capacità di far emergere qualcosa del mio animo e di dargli una sorta di seconda vita in uno scenario di comfort estremo.
I Marlene Kuntz, da un punto di vista musicale, hanno sempre rappresentato quella che era la filosofia di fondo del Consorzio Produttori Indipendenti (Sonica Factory) — sapete benissimo a cosa mi riferisco — del quale loro erano sicuramente tra i maggiori e migliori esponenti. Rappresentano, tornando a noi, il concetto riassunto da Giovanni Lindo Ferretti in un’intervista sulla produzione musicale dei CCCP sul finire degli anni ’80, che aveva come mantra: “Fanculo lo strumento, quello che interessa è l’anima di chi suona”. E i Marlene Kuntz lo dimostrano in pieno. Difatti, non sono complicate da riprodurre le loro melodie con qualsiasi strumento; semmai è molto complicato comporle, con quella scelta azzeccata di suoni, atmosfere, accordi. Insomma, la “protesi” di Cristiano Godano ci regala atmosfere e suoni che, assieme ai suoi testi, arrivano in una maniera tale per cui nessuno in Italia — e forse neanche all’estero — riesce a essere così evocativo. Forse i Cure, in alcuni brani, fanno qualcosa di simile, i Sonic Youth… Ma i Marlene Kuntz, da questo punto di vista, probabilmente hanno avuto un destino ingrato per quello che hanno fatto, per quello che hanno dato e per quello che stanno ancora dando alla musica italiana.
Ascoltare quel disco in questa città, inoltre, è come assistere alla colonna sonora della mia vita da adolescente. Trent’anni fa i Marlene Kuntz sottoscrivevano un legame con Bologna unico. Penso addirittura che i bolognesi ascoltatori dei Marlene Kuntz, e i Marlene Kuntz stessi, probabilmente non lo sappiano, o lo ignorino, o se ne siano dimenticati. Tocca fare un lavoro mentale che ultimamente sto cominciando ad odiare; quello che, tra me e i miei coetanei, sta facendo fare un sacco di soldi alle varie reunion, comprese quelle dei CSI, comprese le ricomparse di dischi come Il Vile o, l’anno scorso, Catartica per i Marlene Kuntz, i refresh dei Litfiba o le grandi riunioni di band della musica pop, della musica rock, comprese quelle dell’heavy metal. E’ un fenomeno sempre più evidente relativamente a noi nati negli ’80. “Come stavamo Ieri? Sarà così domani?” … tanto per restare in tema…
Ok, è una cosa che odio, ma mi fa cadere in una tentazione alla quale non resisto: quella di diventare nostalgico di quegli anni. Perché è vero, quegli anni hanno dato atmosfere e produzioni musicali che, per noi che le ricercavamo, sono rimaste uniche e hanno dipinto atmosfere indelebili. In realtà c’era di tutto… e tutto era bello… e va bene. Adesso non è che il bello non c’è più… è che ha una velocità che non riusciamo a raggiungere, probabilmente. Come posso non ricordare quando avevo quindici o sedici anni e giravo con le cuffiette e la bicicletta in mezzo alle colline sperdute tra i laghi e le paludi del Varesotto, con sottofondo la colonna sonora di Jack Frusciante è uscito dal gruppo, alla ricerca di una fantomatica “Heidi” che mi avrebbe reso più vicino all’animo del giovane Alex del romanzo di Brizzi, che aveva esattamente Bologna come scenario? Film prodotto da Enza Negroni che, voglio dire, di certo non aveva recitazioni da Oscar — del tutto perdonabili ai primi Stefano Accorsi e Violante Placido — ma che ha saputo regalare, a noi all’epoca sbarbi, un’immagine di una città nella quale poi sono arrivato addirittura a viverci (nella provincia sia chiaro). Ha saputo fare perfino una certa promozione di Bologna: per noi era meta di concerti e “sede operativa” delle band alternative italiane. Era qui dove tutto, per la musica alternativa italiana, secondo noi, accadeva.

Per cui un legame tra quel disco e la città si materializza con il brano “3 di 3”, prima traccia dell’album e presente nella scaletta proposta; nonché contenuto nella meravigliosa colonna sonora della succitata pellicola, la quale deve la sua scelta musicale alla produzione di Umberto Palazzo, altro gigante del fu Consorzio Produttori Indipendenti. La composizione evocativa de Il Vile, come album, in ogni suo brano, gli echi, le dissonanze di quegli accordi diminuiti che vengono spesso proposti, suonati a metà manico dalla chitarra, non possono non farti fare un viaggio allucinante. Sembra la stessa sensazione che inconsapevolmente hai in testa durante una sbornia.
Se poi ci aggiungo la mia attività di apicoltore, sarò pirla — annuirete voi — ma ho sempre creduto che i Marlene Kuntz avessero un legame con i suoni dell’alveare. Un giorno lo chiederò a Cristiano Godano, fino a farmi ridere in faccia. Non so voi, ma a me sembra che le loro canzoni siano sempre associate ai ronzii, alle api che danzano facendo fare sesso ai fiori in un campo di primavera denso ed esplosivo di colori. Fate un esercizio, adesso che avete tutti YouTube: ascoltate “Ti giro intorno” e “Ape regina”. Poi ditemi: quando fa “come i fiori al campo danno voluttà…” e ci accosti la melodia, non vi sembra di essere un’ape che rimane estasiata da un prato pieno di colori? Poi vabbè… “raccoglierò il miele colante nel vuoto che avanza…” in Ape regina… eccetera eccetera. Insomma, ci può stare, no?
Ascoltare Il Vile suonato dopo trent’anni dalla sua nascita, a Bologna è qualcosa che lascia, a te ascoltatore — a me personalmente — un misto di bellissime sensazioni e riflessioni patetiche su sé stessi. E questa riflessione l’ho fatta mentre mi recavo nei bagni dell’Estragon: mi sono girato attorno e ho visto una massa di personaggi che avevano né più né meno la mia stessa età. Giovani non ce n’erano. Mi sono reso conto, per primo io, di essere stato io “il vile” nei loro confronti: di non aver onorato le altre produzioni. Mi sono fermato ai primi tre dischi. Dopo Ho ucciso paranoia non sono più riuscito ad ascoltare davvero un disco dei Marlene, ad eccezione di uno, Nella tua luce del 2013, con Il genio (l’importanza di essere Oscar Wilde): bellissimo disco, ma già con sonorità differenti da quelle storiche dei Marlene. Il seguito non mi ha più dato la stessa potenza evocativa. E non possiamo farcene una colpa noi, fan della “prima era”. Ne prendano atto i Marlene stessi: è giusto così.
A proposito, a chi dice: “Eh, ma te ascolti il metal, cosa c’entrano i Marlene Kuntz? Che schifo… bla bla bla…”, rispondo che intanto i Marlene Kuntz ebbero anche pagine di recensione su Metal Hammer negli anni ’90, ricordo, e le ebbero proprio per la loro presenza scenica e per le composizioni.
Ma volete sicuramente che io vi racconti qualcosa di questo concerto. Questo concerto è stato meraviglioso. Cristiano Godano ha ancora una “garra” nel suonare che è invidiabile. Il sudore sul suo volto lo certifica.

Per il resto, musicalmente, ripeto: abbiamo a che fare con un gigante della musica italiana che fino a oggi non ha avuto il riconoscimento e la redenzione che avrebbe meritato. Ha duettato con una delle voci migliori del mondo della musica pop alternativa, che è Skin e con la sua collega di stile e di settore che è la nostra meravigliosa Elisa. Ha avuto al basso Gianni Maroccolo, il miglior bassista dell’avanguardia alternativa italiana. Noi li abbiamo visti, in questo caso, in una formazione che non è più quella che trent’anni fa si poteva vedere live, ma nonostante ciò anche la nuova formazione — con “Stash” al basso e Sergio Carnevale alla batteria — ha saputo rendere onore a quelle atmosfere.
Io personalmente sono molto legato a Il Vile, molto più che a Catartica. Tanti pensano che Catartica sia l’album migliore dei Marlene: no, io sono fedelissimo a Il Vile. Il Vile è un album di una maturità sonora, musicale, compositiva e lirica che Catartica non ha. E nemmeno Ho ucciso paranoia, che ormai era già in una fase di scarica, se vogliamo. Però, pur mantenendo certe sonorità, Ho ucciso paranoia è già un po’ come la pianta che si avvicina all’autunno, mentre Il Vile è proprio nei mesi di maggio e giugno, tanto per intenderci: è un pullulare di suoni, di emozioni e di retoriche metaforiche incredibili.
C’è una ricerca lessicale nelle canzoni, da formazione liceale sicura, alla Giovanni Lindo Ferretti, appunto. È normale essere nostalgici di tutto ‘sto ben diddDio, però è anche ora di piantarla e di guardare avanti, e di rendere giustizia ai suoni di tanti giovani emergenti che fanno tanta fatica e ce la mettono tutta. Perché quello che frega la musica emergente è la velocità di fruizione. È la scontata gratuità della musica, dinamica questa che non esisteva fino a pochi decenni fa. Un “click” o un “tap” e hai quello che vuoi. Non c’è più l’attesa della canzone in radio, soprattutto non ci sono più le radio che trasmettono la musica non mainstream del rock specie italiano o della musica alternativa alla massa (si salvano solo le Webradio). Non si legge più un booklet; per me era curioso anche leggere i ringraziamenti citati nel libretto dei dischi, quelli che faceva ciascun membro della band.
E’ solo nei concerti che questa velocità si calma come dovrebbe essere.
Questo genere di dischi dell’onda di fine secolo scorso era l’ultima frontiera del concetto di musica prima del “wild download”. Prima di quello esisteva un concetto, se vogliamo, che ha creato tutto il sobborgo di band mistiche della scena italiana: dai CCCP ai Litfiba, dai Disciplinatha agli Africa Unite, passando per la scena torinese coi Subsonica, i Casino Royale, i loro corregionali Marlene Kuntz, per l’appunto, e tutti quelli di cui passavano i video su TMC2. Un’evoluzione bellissima che già gettava i presupposti dalla sua nascita. Band che attraverso i testi davano una chiave di lettura del mondo e della società che ti stava passando attorno (quanto ce ne sarebbe bisogno ora). ci furono poi, film che raggruppavano quel genere di teste, di culture e di melodie come “Jack Frusciante è uscito dal gruppo“, per l’appunto, o “Tutti giù per terra”… Siamo noi che non riusciamo più ad ascoltare come una volta, non le band nuove che non riescono più a suonare come si faceva una volta.
Quando partono certi suoni, di quelle band, sembra di rivedere la Bologna degli anni ’90, la città che noi adolescenti o post-adolescenti forestieri immaginavamo come un luogo dove ci fossero ovunque casse in filodiffusione che mandavano CSI e Marlene Kuntz tutto il tempo in sottofondo.
Ascoltare i Marlene Kuntz che suonano Il Vile a Bologna, ripeto, è qualcosa che lascia sempre a bocca aperta. Le canzoni sono state eseguite con una fedeltà impressionante e vedere suonare un pezzo come L’esangue Deborah, che generalmente viene evitato — almeno le ultime volte non ricordo di averlo sentito proporre — è una cosa sempre molto piacevole. Sì, perché io sto molto più dalla parte di L’esangue Deborah che di Nuotando nell’aria.
Poi… invece… e però (ho esaurito gli avverbi disponibili), c’è anche un aspetto che mi lascia più, come dire… insoddisfatto. A disagio, ecco. Ebbene, i Marlene Kuntz che suonano Il Vile, quando tu li hai in mente nei tuoi ascolti da sedicenne e adesso te li ritrovi a più di quarant’anni… ecco… la sensazione è la stessa di quando torni a casa, nel tuo paese di origine, e nei discorsi della gente non ti ritrovi più. Una sorta di “sentirsi fuori tempo e fuori luogo”. Sembra che qualcosa — non so dire se sia corretto dire “si sia rotto” — ma semplicemente lo senti appartenerti un po’ di meno. Ha fatto parte del bello della tua vita, ma sì… proprio così… ti appartiene un po’ di meno. E forse è giusto così. È sempre un piacere, ma poi succede che esci e dici: “Basta… anche basta”. Lo stesso Cristiano Godano, a metà del concerto — ovviamente dopo aver presentato quasi tutta la scaletta de Il Vile, ad eccezione di E non cessa di girare la mia testa in mezzo al mare, sostituita con un brano preso da Catartica che non ricordo se fosse Sonica — a un certo punto dice: “Adesso facciamo alcuni pezzi degli album usciti dopo il 2000, i cosiddetti album del declino”.
Questa è stata la sua definizione. Per me non è declino, sarebbe falso. Loro hanno avuto una loro rinascita dopo il 2000. Ma bisogna accettare anche un po’ quello che gli ascoltatori che hai coltivato inizialmente, pensano: dopo il 2000 hanno semplicemente suonato cose diverse. La stessa cosa è capitata, se vogliamo, a tantissime altre band, anche e specialmente dell’heavy metal: i Testament, i Metallica, tutto il mondo del black metal norvegese, il viraggio verso il metal estremo, ma sinfonico.
È normale, è l’evoluzione naturale delle cose. È l’ascoltatore, però, alla fine, che si deve ritrovare nei suoni.
La nostalgia positiva, però, si è smaterializzata ed è diventata contemporaneità quando mia moglie — che per fortuna non ha nulla a che spartire con il personaggio di Heidi di Brizzi — si volta e mi ricorda: “È sempre bello tornare ai concerti e rivivere la stessa atmosfera e l’attesa”.
La cosa meno piacevole di tutte però è quando, a fine concerto, cerchi di berti qualche birrettina e vieni invitato caldamente a uscire dal locale, con tanto di luci che vengono spente subito dopo. Tutti a nanna!
Che dire. Quest’anno farò lo stesso coi CSI e i Megadeth.
Poi prometto che basta, con la nostalgia ci darò un taglio.
Christian Vanetti




