Storia (ancora in evoluzione) della mia ossessione musicale

E rieccoci qui, ladies and gentlemen del rock, nel nostro “labirinto Muse”! Siamo giunti al 2003, un anno pieno di svolte: sia storiche, visti i numerosi accadimenti mondiali, con un’escalation che ha portato al moltiplicarsi delle teorie complottiste e al panico dilagante, ma soprattutto musicali. I Muse con Absolution, il loro nuovo lavoro così apocalittico, coinvolgente e ansiogeno, si sono prepotentemente impossessati delle playlist di milioni di fans per non uscirne più.
Apocalisse personale e collettiv: ecco “Absolution“
Dalle sonorità più oscure, pesanti e cinematografiche rispetto ai predecessori, Absolution scava nelle paure e nelle incertezze di quegli anni. Un’apocalisse ancora estremamente attuale: lo scenario sociopolitico turbolento ha fatto da catalizzatore per la scrittura di Matt Bellamy. Tra il 2001 e il 2003, l’umanità appare destinata al collasso: partendo dal crollo delle Torri Gemelle, passando allo scoppio della guerra in Iraq, tutto e tutti sono in balia dell’avidità dei propri leader dispotici. Uno scenario che fa da sfondo ad un mondo di stampo quasi orwelliano, mentre il tempo scorre inesorabilmente e non lascia alcuna speranza di assoluzione.
Processo creativo all’ennesima potenza: la copertina

Partiamo da una delle tante perle in quello che è stato il più complesso e variopinto dei percorsi creativi discografici fin qui intrapresi dalla band: realizzata dall’iconico artista Storm Thorgerson (noto per le sue collaborazioni con i Pink Floyd), la copertina di Absolution cattura perfettamente lo stato d’animo che sta alla base di tutto il disco: un uomo con una maschera antigas abbassata, che guarda verso l’alto con uno sguardo tra la speranza e la paura, come se stesse assistendo a un giorno del giudizio. La foto è stata realizzata in una cava vicino Londra, creando sagome di cartone su delle aste, mentre l’artista è rimasto in attesa del sole inglese. Risultato? Hanno dovuto rifare tre volte lo shooting a causa del maltempo!
Pezzi iconici, perle e strumenti non convenzionali
“Intro + Apocalypse Please” – Inizio col botto
Passi cadenzati, una marcia crescente, inesorabile: i Muse, battendo i piedi a terra, tutti intorno all’asta di un microfono, hanno ricreato la Paura che attanagliava l’umanità. Siamo all’inizio, nell’Intro di questo viaggio nell’accettazione dell’apocalisse imminente, e quale miglior titolo se non “Apocalypse Please” per intraprenderne il cammino: “Declare this an emergency, come on and spread the sense of urgency” – Dichiara che si tratta di un’emergenza, dai vieni e diffondi un senso di urgenza -. Un esplicito riferimento all’Armageddon e lo scontro finale tra il bene e il male. Una traccia d’apertura che adempie perfettamente il proprio compito di allestire, tra violini e piano (e incredibilmente anche la ruota di un carrello ferroviario usata come batteria) lo scenario perfetto per l’intero album, lanciando un appello inequivocabile: Questa è la fine del mondo!
“Time is running out” – Bellamy cospirazionista
Il tempo, cari miei, passa in fretta e pare ci sia ben poco da fare, ma gli anni sembrano non passare mai per la canzone che ho citato all’inizio del nostro viaggio, “Time is Running Out”. Una delle più celebri della band, tra il basso ossessivo di Wolstenholme e i sospiri angoscianti di Bellamy troviamo riferimenti ad una storia al capolinea. Siamo in realtà di fronte a riflessioni riguardanti la cosiddetta Commissione Trilaterale, un think tank non governativo oggetto di diverse teorie della complotto (sempre care al buon Bellamy). Questo gruppo di importanti esponenti della politica e dell’economia, riconosciuti dai cospirazionisti come i veri leader del mondo, è il protagonista del videoclip del singolo. Bellamy lo ha pensato (molto efficacemente) come una riproduzione visiva del rapporto di dominazione e controllo che i potenti operano sui cittadini.
“Sing for absolution” – Malinconica espiazione

Con “Sing for Absolution” arriviamo a parlare della ricerca del perdono, mescolando tematiche personali a visioni apocalittiche. Il testo della canzone esprime un senso di alienazione, rimpianto e il desiderio di espiazione nel mondo ormai in declino. Come gran parte dell’album, la canzone è pervasa da un’atmosfera cupa (resa anche da un malinconico pianoforte, che secondo leggenda sembra sia stato fatto suonare con tecnologia digitale con chiodi e corde di chitarra sopra le corde originali) e da immagini di un mondo che sta affrontando inesorabilmente la sua fine: “Lips are turning blue”, “A kiss that can’t renew“ – Le labbra che diventano blu, un bacio che non può essere rinnovato – “And the end is drawing near” – E la fine si sta avvicinando -. Questo può essere interpretato sia in senso letterale che metaforico, come la fine di una relazione o di un’era, come invocazione emotiva che cattura la disperazione e la speranza di trovare la pace in circostanze più difficili.
“Stockholm Syndrome” – Sottomissione in chiave heavy
Il concetto di “sottomissione” torna nuovamente, con la traccia “Stockholm Syndrome“, una pura scarica di adrenalina. La metafora è ancora una volta molto chiara: l’umanità è ormai affetta da una vera e propria forma di “sindrome di Stoccolma“, dipendente dal volere dei leader tanto da soddisfarli in ogni modo possibile. La canzone trasmette un senso di dipendenza emotiva e il conflitto tra l’amore e l’odio: il verso “This is the last time, I’ll abandon you” – Questa è l’ultima volta, ti abbandonerò – può essere interpretato come una promessa di rottura da un ciclo di sofferenza, ma allo stesso tempo anche come un desiderio di rimanere legati. La Terra è quindi destinata a perire e uomini innocenti a soffrire per cause che non li riguardano realmente. E a trasmettere tutto ciò chitarra, batteria e basso, che rombano furiosamente, nel brano più “metal” dell’album.
“Hysteria” – Il basso più potente della storia
Ossessione e desiderio, lussuria vs amore, frustrazione e autodistruzione: ecco con una sola canzone quanti temi possono emergere. “Hysteria” è sempre stata per me il cuore pulsante di questo disco: traccia chiave nell’interpretazione del tema centrale dell’album, vi si continua a vedere un’umanità dipendente dai potenti di cui, pur continuando a comprenderne la malvagità, non si può fare a meno (così come il protagonista del video che si strazia per la donna impossibile da raggiungere). Se ne può avere anche una visione più “demoniaca”, basata su frasi come “Give me your heart and your soul” – dà il tuo cuore la tua anima e “Feeling my faith erode” – Sento la mia fede che si sgretola.
Attenzione! Particolare assolutamente da non sottovalutare di questo brano: la potentissima linea di basso che lo attraversa è stata votata da diverse riviste e siti specializzati come la migliore di sempre!
Gemme “nascoste” e...
Al di là della celebrità delle tracce già descritte, “Butterflies and Hurricanes” ha tutte le carte in regola per essere considerata la vera gemma dell’album. Si tratta infatti di uno tra i brani più completi della band per influenze musicali ed elementi strumentali. Un interludio al pianoforte ispirato a Rachmaninoff e un crescendo di sonorità volte a rievocare l’effetto farfalla della teoria del caos: ingredienti perfetti per un brano che sa di cambiamento e rinascita. Un singolo individuo può fare la differenza, anche con molto poco: “Change, everything you are and everything you were” – Cambia tutto quello che sei e tutto quello che eri – Un barlume di speranza viene momentaneamente acceso da questo brano, che ci distoglie, seppur per poco, dalla reale atmosfera di Absolution.
…bonus track!
Infine non potevo non svelarvi un’ulteriore sorpresa di questo disco: nella versione giapponese (terra in cui i tre del Devon, insieme a Francia e Inghilterra, hanno avuto le maggiori fortune) si nasconde la meravigliosa “Fury“.
Il testo contiene un verso esplicito e provocatorio: “And we’ll pray that there’s no God to punish us and make a fuss” – E pregheremo che non ci sia nessun Dio a punirci a a fare storie -. Questa frase è centrale per comprendere il messaggio del brano: viene messa in discussione la fede convenzionale e l’idea di un’entità superiore che giudica l’umanità, suggerendo che le persone pregano affinché possano agire impunemente senza conseguenze divine.
Ma….non ci si può adagiare troppo sulle meraviglie di questo gruppo: “venite a cavalcare con me, attraverso le vene della storia! ” (non sono impazzito, seguitemi nel prossimo capitolo e capirete!)




