Caparezza e il ritorno alla luce: crescere insieme, da “Le dimensioni del mio caos” a “Orbit Orbit”

Poco più di una settimana fa ho pubblicato una stringatissima recensione dell’ultimo (Capa)lavoro dell’artista di Molfetta Michele Salvemini, in arte Caparezza.

Poche righe, colpevolmente – lo ammetto – scritte di fretta, dettate dall’entusiasmo del primo ascolto di Orbit Orbit, un concept album che non si presta certo all’ascolto distratto. Qui Caparezza sembra lasciarsi alle spalle molte delle caratteristiche cui ci aveva abituati – la voce nasale, le esplosioni verbali, il sarcasmo militante – e ci prende per mano, accompagnandoci in un viaggio attraverso uno spazio interstellare dove l’assenza di gravità dà un peso nuovo alle emozioni. Se ogni suo album mi ha accompagnato in un momento preciso della mia vita, con Orbit Orbit la sensazione è che stavolta sia lui, Michele, la persona più che il personaggio, a invitarmi a salire a bordo per un viaggio condiviso.

Facciamo un passo indietro.


Ho scoperto Caparezza nel 2008 con Le dimensioni del mio caos: io avevo ventun anni e lui trentacinque. Quell’album era – ed è – musicalmente pazzesco, con testi capaci di affrontare temi sociali forti attraverso trovate linguistiche che, PAF!, mi fecero esplodere la testa. Non fu difficile, allora, per il me ventunenne innamorarsi di quell’energia e di quell’ironia tagliente. Tre anni dopo arrivò Il sogno eretico, e nell’attesa recuperai i primi tre lavori – !?, Verità supposte e Habemus Capa – scoprendo un talento raro, consapevole, radicale.
Oggi di tempo ne è passato: io ho trentotto anni, lui cinquantadue. In mezzo, Il sogno eretico, Museica (con il gioiello China Town), Prisoner 709 ed Exuvia. Non serve dilungarsi per dire che da Prisoner 709 qualcosa in lui si era incrinato: la sua mente, la sua vita, la sua musica stavano attraversando una frattura.

Io ho trentotto anni, dicevo. Non vado più in piazza a manifestare, non cerco le zone calde, e la nascita di mia figlia – ancora piccola – mi distrae dalle brutture del mondo, reclamando energie che una volta avrei speso per cambiarlo. Caparezza, dal canto suo, non balla più in Puglia, non racconta più di Luigi delle Bicocche, non si preoccupa dei premier italiani. Ha spostato il suo sguardo da fuori a dentro.
Con Prisoner 709 la rabbia si è fatta ansia, la parola introspezione. Con Exuvia, quella metamorfosi è esplosa del tutto: un viaggio doloroso e necessario, quasi un addio a ciò che era stato. Cosa gli stava succedendo?

Poi è arrivato lui: Orbit Orbit.


Il post con cui Caparezza annunciava di essere tornato al lavoro è stato un fulmine a ciel sereno. Lo speravamo tutti, ma quanti ci credevano davvero? L’attesa è diventata entusiasmo, e l’entusiasmo impazienza. Poi, all’ascolto, è arrivata la sorpresa: una calma nuova, disarmante. Caparezza non urla più, non nasconde la voce dietro al personaggio. Ha tolto le maschere, le distorsioni, persino le chitarre. Al loro posto ci sono spazio, silenzio e una luce diversa.
Il primo singolo, Io sono il viaggio, lo dice chiaramente: “sono uscito dal bosco dove mi ero perduto”. È come se ci dicesse: mi sono ritrovato, e ora torno da voi. Non per farci ballare, ma per camminare insieme.
Io, che non ho più ventun anni ma trentotto, ascolto questo album e capisco che quella sua rinascita parla anche di me – e di noi. Delle nostre stanchezze, delle nostre rinunce, delle cicatrici che portiamo senza più guardarle.
Sentirselo cantare è un pugno nello stomaco. È come trovarsi davanti a uno specchio impolverato che qualcuno, all’improvviso, ripulisce con un colpo di mano. Dentro ci vedi tutto: chi eri, chi sei, chi speravi di diventare.
E ti ritrovi lì, con gli occhi lucidi, a ringraziare Michele per aver avuto il coraggio di farlo per primo.

Grazie Michele Salvemini, grazie Caparezza. Orbit Orbit è una perla rara: un disco che sorprende, spiazza e lascia il segno.
Se conoscete già l’artista ma non avete ancora ascoltato questo album, fatelo. Poi rifatelo. E rifatelo ancora. Prima o poi quei pugni smetteranno di fare male, e riuscirete ad ascoltarlo con leggerezza, quasi con affetto.
Se invece non conoscete Caparezza, spero che questo lavoro — che parla anche di rinascita — possa essere il punto di partenza per una nuova storia, quella di un nuovo ascoltatore che scoprirà un Caparezza diverso da quello che ho conosciuto io.
Per tutti, comunque: è un viaggio che merita di essere fatto.

Autore
Donato

Di lui si sa poco.
Dicono si aggiri per gli studi di RFA dal lontano 2009, e che sia possibile ancora oggi vederlo aggirarsi sui palchi durante gli eventi live. Qualcuno giura addirittura di averlo sentito parlare ad un microfono o di averlo visto mentre intervistava qualche torvo personaggio.
Noi sappiamo solo che si chiama Donato, e che a volte gli piace usare il pluralis maiestatis per parlare di se.

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