“Come se nulla fosse” addio a Roberto Perciballi, Teppa Life never die!

Il 20 marzo si è spento Roberto Perciballi, frontman dei Bloody Riot, storica band punk hard-core romana, attiva dal 1981. Aveva 52 anni il leader della band che pubblicò il primo disco autoprodotto della capitale. Se ogni decennio ha un martire del punk e nel 2002 è mancato Joe Strummer a 50 anni, gli anni ’10 hanno avuto Roberto che, oltre alle due figlie piccole, lascia un’intera generazione di quelli che il punk l’hanno fatto con le proprie mani: incollando e fotocopiando fanzine, suonando quei famigerati tre accordi e conquistandosi gli spazi in cui poter tenere concerti.

La perdita di una pietra miliare dell’underground musicale, ma non solo, è passata, come titola un loro album e il libro scritto da Perciballi, “Come se nulla fosse”.

Copertine che, come il nome della band “Rivolta di sangue”, non promettono niente di buono; una grafica, come il loro sound, provocatoria, ruvida, dirompente; un punto di non ritorno. Le iniziali “BR” scelte appositamente per evocare chi in quegli anni faceva tremare l’Italia.

“Come se nulla fosse” ha in copertina la Pietà di Michelangelo, ma la Madonna tiene tra le braccia un Cristo che ha una siringa nella vena all’altezza del gomito: un’immagine provocatoria e dissacrante che vuole anche rappresentare la generazione di Roberto, martoriata dall’eroina. Un tema questo molto caro alla band, come riportato nel brano “No eroina” o nelle magliette indossate da Perciballi, che recitavano “Distruggi le tue illusioni non la tua vita” (se molti in quell’epoca incontrarono l’eroina, vi era anche chi vi si opponeva col punk inteso come una filosofia che voleva scrollarsi di dosso vecchi trascorsi alternativi da “finto rivoluzionario” e “freak tossico”).

Un “no future” tipico del “pank”, come lo scriveva lui in “romanaccio”, che nei testi dei Bloody apriva anche a speranze e utopie per un mondo diverso.

I Bloody Riot iniziarono a suonare nel 1981 e il primo disco autoprodotto di Roma fu il loro, nel 1983. Un “pank” ruvido, veloce e gridato, un primordiale hard-core.

Il secondo progetto di Perciballi furono i “Vegetebol” (dall’inglese “Vegetable”), band nata da membri di vari gruppi romani del calibro di Klaxon e Banda Bassotti.

Una vita la sua seppur breve “ben suonata”, in tutti i sensi, che non è sempre passata per la strada dei kids “romanacci” o gli squat della penisola (o di Londra, come racconta nel suo libro), ma è arrivata anche a mostre d’arte in cui Roberto esponeva le sue installazioni di denuncia verso una società di vegetali (da lui sintetizzati con “non vedo, non sento e non parlo”) che pensano solo a lavorare, divertirsi e … non pensare!

Come riporta tra i capitoli del libro che ha scritto, pubblicato nel 2000 per la Castelvecchi, anche dopo i BR e le BR tutto scorre e va avanti come se nulla fosse. C’è chi nel ’79 diceva che ”il punk è morto” (brano dei Crass “Punk is dead”, 1979), chi ancora oggi grida “Punk is not dead”- il punk avrà sicuramente cambiato forma, ma ciò che manca è la volontà di cercare una vera libertà democratico-economica, che Perciballi prima col punk, poi con le forme d’arte, aveva sempre auspicato e promosso.

Questo articolo, anche se in ritardo, va in memoria di chi è stato un fulmine a ciel sereno, sia per le canzoni che per la sua filosofia di vita, che anche a trent’anni di distanza ha saputo influenzare un adolescente come me. Come recita la copertina di un loro album ”i Bloody Riot non moriranno mai” … e il retro “…tu sì”.

Autore
Enrico

Sono Enrico e collaboro alla rubrica “Frequenze Partigiane”. Sono sempre stato un appassionato di musica e credo nei valori nati dalla Resistenza.
In questa rubrica riesco a conciliare queste mie due passioni proponendo brani dei più disparati generi musicali che come caratteristica comune hanno proprio l’antifascismo ed il richiamo alla lotta di Liberazione.

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