Storia (ancora in evoluzione) della mia ossessione musicale

Era il 2003 e un mimi-me 14enne si stava approcciando alla musica rock e blues, da ascoltatore di Zucchero, Alex Britti ed Evanescence (avevo già gusti musicali piuttosto variegati). Quale miglior modo per ampliare i miei orizzonti se non facendomi influenzare da mio fratello maggiore? E’ stato allora che, catturato dalle note di Time is Running out (il loro singolo più conosciuto allora, tratto dal terzo album) mi sono appassionato totalmente e visceralmente a questa band: i Muse. Se volete seguirmi, andremo alla scoperta di riff sconvolgenti e bass-line memorabili, attraverso 30 anni di carriera, 9 album e innumerevoli b-sides (a volte belle e trascinanti quanto i singoli degli LP).

Le origini da band di quartiere
Il nostro viaggio ha inizio nel grigio e placido sud dell’Inghilterra, dove le pecore pascolano indisturbate e l’emozione più forte è l’arrivo del pullman in orario. Nessuno si sarebbe aspettato che tre ragazzini di Teignmouth – una cittadina di mare più nota per i fish and chips che per i riff infernali – stessero preparando la rivoluzione. Musicale, si intende. Siamo a metà degli anni ‘90, nel Devon: oasi verde e rilassata, patria di pensionati felici, adolescenti annoiati e…Muse in erba.

In principio erano i Gothic Plague. Nome già promettente, dato che tradotto suona come “peste gotica”. Siamo nel 1994, e tre studenti del Teignmouth Community College – Matthew Bellamy, Dominic Howard e Chris Wolstenholme – iniziano a provare in qualche stanzino della scuola, tra strumenti scordati e poster sbiaditi dei Nirvana. Bellamy, già prodigio del pianoforte (determinanti nel suo percorso formativo saranno le influenze di grandi nomi come Rachmaninoff) , comincia a smanettare con la chitarra. Howard pesta la batteria come se stesse cercando di richiamare gli spiriti del rock, e Wolstenholme, convinto a passare dalla batteria al basso con la stessa naturalezza con cui uno cambia marca di tè, completa la formazione.
Britpop e Radiohead: il contesto musicale in cui emergere
Siamo negli anni del Britpop: Oasis e Blur si contendono le classifiche, ma ai nostri tre devoniani non interessa cantare di parchi londinesi o litigare in pubblico. Vogliono suonare forte, vogliono dramma, vogliono spazio, apocalisse e alieni. Niente giubbotti Adidas e cori da pub: loro sognano la fine del mondo… ma con stile.
Il Regno Unito della metà degli anni ’90 era un calderone di contraddizioni. Da un lato Tony Blair si preparava a colorare tutto di rosso laburista, dall’altro i giovani fuori dalle metropoli si ritrovavano in un limbo culturale fatto di rave illegali nei campi, pub sempre uguali e musicassette dei Radiohead passate di mano in mano.

È proprio dai Radiohead che i Muse trarranno ispirazione… e qualche inevitabile paragone iniziale. Ma loro hanno un asso nella manica: Matthew Bellamy non è un frontman qualunque. È un alieno teatrale che canta come se stesse implorando gli dèi di rimandare lo sterminio dell’umanità di almeno un paio di singoli. E inizia fin da subito a saltare sulle pedane e a suonare in maniera indiavolata per farsi conoscere anche oltre i confini dell’Inghilterra del sud.
Rocket Baby Dolls: come sopravvivere a un concorso scolastico
Il colpo di scena per questi giovanissimi inglesi arriva nel 1994, quando la band, che nel frattempo aveva cambiato nome in Rocket Baby Dolls – in omaggio probabilmente a qualche sogno adolescenziale di pessimo gusto – partecipa a un concorso scolastico per band emergenti. Si presentano truccati come vampiri glam e a fine esibizione smantellano fragorosamente la strumentazione, forse per “ribellione artistica”, forse perché non sapevano ancora bene come si smonta un’asta del microfono…. Risultato? Vincono, e capiscono due cose fondamentali:
1. Forse non sono così male.
2. Forse è il caso di cambiare nome, perché “Rocket Baby Dolls” suona più come un gruppo da karaoke giapponese.
Ecco a voi…i Muse!
E’ il 1997 quando nascono finalmente i Muse, un nome breve, misterioso, e perfettamente adatto a campeggiare sulle copertine di futuri dischi apocalittici. E anche se non sanno ancora esattamente che musica vogliono fare, sanno che vogliono suonarla con convinzione, sudore e parecchi effetti.
Dopo qualche demo e chilometri di concerti in piccoli club e pub con più pinte che spettatori, nel 1999 arriva il primo disco: Showbiz. Un album che sembra la colonna sonora di un’invasione aliena diretta da David Lynch. Brani come Sunburn e Muscle Museum mescolano rock alternativo, falsetti spaziali e melodie drammatiche da tragedia greca. Il singolo Showbiz che dà il nome all’LP è una denuncia al mondo dello spettacolo, esplora la pressione della celebrità che si contrappone all’esigenza di mantenere un nucleo autentico.
Nonostante la critica da subito storca il naso perché troppo simili ai Radiohead, sotto sotto lo sanno tutti: questi tre dal Devon sono diversi. Sono teatrali, barocchi, e non hanno paura di sembrare esagerati.
E infatti con l’esagerazione conquisteranno tutti.
Epilogo: Devon 1 – Mondo 0
Chi l’avrebbe detto che da una tranquilla cittadina sulla costa inglese, nota più per i gabbiani molesti che per la scena musicale, sarebbe emerso un trio destinato a riempire stadi, suonare sulle piramidi, e convincere milioni di persone che l’apocalisse può essere anche divertente, se accompagnata da un buon assolo?
I Muse sono la prova che anche dal nulla può nascere il caos. Un caos ben distorto, ben amplificato, e rigorosamente in falsetto.
E se volete scoprire com’è proseguita la carriera dei “tre del Devon” vi accompagnerò nel nuovo millennio tra falsetti, chitarre spaccatimpani e teorie complottiste! Alla prossima!




