Storia (ancora in evoluzione) della mia ossessione musicale

Rieccoci signore e signori rockettari! Dopo il debutto esplosivo con Showbiz facciamoci traghettare nel nuovo millennio dai Muse! Nel biennio 2000-2001 i tre del Devon prendono una sterzata forte, confezionando il loro secondo album, che segna uno slancio creativo e una messa in scena molto più ambiziosa.
Origin of Symmetry – Lezione di fisica in chiave hard rock
Nel 1999, con Showbiz, i Muse erano ancora alla ricerca della propria forma.
Il suono era intenso ma ancora acerbo e i testi introspettivi, come ci si aspetta da dei rockettari adolescenti. Bellamy gridava (in falsetto) le sue paure, ma non sapeva ancora esattamente “perché”. Due anni dopo la metamorfosi è completa.
I Muse diventano folli, ambiziosi e meravigliosamente sinfonici, prendendo la malinconia di Showbiz e collegandola a un reattore per conquistare definitivamente il cosmo. È il 2001: i modem fischiano, i cellulari hanno ancora l’antenna, e i nostri tre ragazzi decidono che il rock può diventare qualcosa di davvero galattico. Dopo il promettente esordio i Muse tornano con un disco che non suona come niente che sia mai stato creato prima: Origin of Symmetry.

Studi e ispirazioni per Origin of Symmetry
Il titolo sembra fin da subito una lezione di astrofisica (infatti nasce dall’ispirazione ricevuta da Hyperspace di Kaku, che esplora concetti della teoria delle stringhe), ma è in realtà la dichiarazione di un gruppo che ha deciso di smontare e ricostruire il rock come fosse un esperimento sulle particelle. Matt Bellamy (voce, chitarra e adesso pure “profeta del caos”) non si accontenta più di suonare: lui vuole riscrivere, musicalmente parlando, le leggi della gravità.
Appena scoperto questo disco ho capito perché ho amato fin da subito questo gruppo: sono caotici all’ennesima potenza, dalle melodie folli, e al contempo ti pongono di fronte ad una realtà in continuo mutamento e fanno riflettere su rapporti umani disumanizzati. Basti pensare che, quando si imposero nel panorama musicale alternativo, ci si trovava agli albori dell’era della desensibilizzazione dei sentimenti, con siti di incontri, cellulari per inviare cuoricini e squilli che entravano a far parte della vita di tutti noi. Sappiate che il nostro gruppo era (e sarà sempre) davvero molto attivo, soprattutto riguardo a complotti e asservimento dell’umanità alla tecnologia!
Per tutto questo vorrei farvi immergere totalmente nella galassia Muse, con le canzoni che più colpiscono del disco che, almeno per me, è stato la “vera rivelazione”:
“New Born” – l’alba di un nuovo mondo
L’apertura è New Born, e già dal piano iniziale capisci che stai entrando in un territorio diverso. Poi parte quella chitarra, e il brano esplode in una corsa forsennata futuristica.
Il testo è una riflessione sulla dipendenza dalla tecnologia “Link it to the world / Link it to yourself” – Collegati al mondo, collegati con te stesso – un tema che Bellamy sviluppa con visioni quasi profetiche. È come se avesse previsto TikTok vent’anni prima. Rispetto ai tormenti personali di Showbiz, qui l’angoscia si fa universale. Non più “io contro il mondo”, ma “l’umanità contro le proprie macchine”.
Una sorta di evoluzione concettuale e sonora: meno diario adolescenziale, più trattato filosofico.
“Bliss” – La felicità che fluttua tra le stelle
Dopo l’esplosione di New Born, Bliss ti accoglie come un respiro di luce.
Sembra una canzone scritta durante una gita su Saturno, con sintetizzatori scintillanti e un ritmo che ti spinge a chiudere gli occhi e lasciarti andare. “Everything about you is how I’d wanna be” – Tutto ciò che ti riguarda è come io vorrei essere – canta Bellamy, e per un attimo dimentichi che stai ascoltando un disco che parla di alienazione e caos. È il lato più luminoso dei Muse, una ballata che riesce a essere romantica e robotica allo stesso tempo. Sarà forse che in amore “il folletto del Devon” (come ci si diverte a chiamarlo tra i fan) stesse avendo particolare fortuna, data la storia appena sbocciata con la nostra connazionale, Gaia Polloni, conosciuta nel periodo in cui Bellamy rimase tanto affascinato dalla zona di Como da voler vivere per diversi anni con lei sulle rive del Lago?
Se Showbiz era fatto di lacrime e paranoia, Bliss è un abbraccio digitale in mezzo all’infinito.
“Space Dementia”: tra follia e genialità
Qui il titolo dice già tutto. “Demenza spaziale” è un disturbo reale che colpisce gli astronauti isolati troppo a lungo nello spazio.
Bellamy lo trasforma in un delirio sinfonico tra pianoforte classico e chitarre distorte: un Mozart cyberpunk in crisi d’identità.
Il testo “And when I’m gone, I’ll be reprogrammed” – E dove me ne sono andato lì io verrò riprogrammato – è una riflessione sull’artista che diventa macchina, sul genio che rischia di perdere sè stesso nella perfezione richiesta dal mondo dello spettacolo (concetto ben espresso anche in Showbiz nel primo album).
Space Dementia è il momento in cui capisci che Matt Bellamy non è solo un chitarrista: è un alieno con una tastiera.
“Plug In Baby”: l’amore è una presa elettrica
Arriva quindi Plug In Baby, il singolo che ha consacrato i Muse.
Riff immediato, melodia irresistibile, testo criptico: l’amore come dipendenza, come corrente che ti attraversa. “My plug in baby / Crucifies my enemies” – Amore mio da collegare ad una presa elettrica crocefigge i miei nemici – e via di chitarra urlante. Il bello è che dietro al ritmo che cattura, c’è una critica feroce al rapporto uomo/macchina, alla sensualità artificiale, alla società “connessa” che stava nascendo proprio allora (una sorta di Matrix in musica).
In poche parole: una canzone che ti fa ballare mentre ti spiega che sei già diventato un cyborg.
“Citizen Erased”: cancellare per rinascere
Se Showbiz era un urlo di dolore, Citizen Erased è una riflessione sulla perdita dell’identità.
Quasi sette minuti di montagne russe sonore che alternano delicatezza e distruzione. “Wash me away, clean your body of me” – Lavami via, pulisci il tuo corpo da me – canta Bellamy, come se volesse essere riprogrammato da zero.
Il titolo richiama il tema dell’individuo cancellato da una società totalitaria, sempre sotto la dittatura tecnologica: un po’ Orwell, un po’ Nietzsche, molto Muse! È il cuore filosofico dell’album: il momento in cui capisci che dietro i falsetti e le distorsioni c’è un pensatore travestito da grande del rock.
“Megalomania“: l’organo della fine del mondo
A chiusura dell’album arriva Megalomania, registrata con un vero organo da chiesa (soprannominato the Beast).
Bellamy si trasforma in un predicatore apocalittico che discute con Dio attraverso un suono distorto.
“Paradise comes at a price that I am not prepared to pay” – iI paradiso arriva ad un prezzo che io non sono pronto a pagare – e in quella frase c’è tutta la tensione del disco: la voglia di elevarsi, ma anche la paura di bruciarsi nel tentativo di essere qualcosa di più. È una fine perfetta per un album che sembra cominciare in laboratorio e finire in cattedrale.
Le perle nascoste di una discografia sempre più bella
Come vi avevo anticipato nel primo capitolo del nostro viaggio, i Muse hanno sempre arricchito le loro uscite con B-sides, piccoli gioielli sonori diventati cult tra i fan. Già con Unintended (dal primo album) compaiono Recess e Nishe. Nel 2001, il singolo Plug In Baby include Nature_1, Execution Commentary, Spiral Static e Bedroom Acoustics. Con Bliss arrivano The Gallery e Hyper Chondriac Music. Brani sperimentali, che mostrano quanto il trio fosse già allora in piena espansione creativa (che a mio parere trova il culmine nella messa in scena meravigliosa di Hullabaloo, live registrato a Le Zenith di Parigi che li consacra anche nell’olimpo delle migliori live band del pianeta).

E’ un viaggio senza un attimo di pausa, quello in cui ci coinvolgono i Muse, eclettico e multidimensionale Tenetevi pronti per altre entusiasmanti e coinvolgenti tappe, fatte di testi sempre più complottistici, assoli spaziali di piano e chitarre sempre più heavy!




