La rivoluzione delle parole: incontro con la sociolinguista Vera Gheno sull’uso dello schwa come strumento di comunità.

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Quale lingua usare sui canali social? Non si tratta di un semplice fatto di tono, di registro, di strategie per coinvolgere l’utente o dell’adozione di emoji e hashtag. A una certa lingua corrisponde sempre una certa comunità di riferimento, un gruppo del quale chi scrive e chi legge fanno parte. Ma soprattutto la lingua veicola una certa visione del mondo. A quale comunità ci rivolgiamo? E quale visione del mondo vogliamo trasmettere?

E’ questa la domanda che si è posta la redazione di Giovazoom, che ha decisoso di nominare e di rappresentare nelle sue comunicazioni sui social tutte le soggettività che il “maschile sovraesteso” esclude.

Da tempo i movimenti femministi e la comunità LGBT+ ragionano su possibili alternative al maschile sovraesteso: la doppia forma “tutte e tutti”, i segni grafici come “tutt*” e molte altre soluzioni. Di recente, grazie anche all’opera di divulgazione della sociolinguista Vera Gheno, si è data molta risonanza a una in particolare tra queste: lo schwa.

Di cosa si tratta? “Schwa” è il nome di un simbolo dell’alfabeto fonetico internazionale (IPA)/ ə /. Lo si associa a un suono vocalico indistinto che si può emettere senza deformare in alcun modo la bocca (lo stesso che si usa, per esempio, in tutti quei dialetti d’Italia in cui la vocale finale di parola presenti una pronuncia debole).

Lo schwa può essere usato per aggirare la norma che in italiano prevede sempre l’espressione del genere maschile o femminile, con il vantaggio, rispetto a molte altre forme alternative come l’asterisco, di essere pronunciabile (“Ciao a tuttə”).

Lo scopo non è quello di introdurre forzatamente un’innovazione nella lingua, tanto più che lo schwa non è esente da alcuni problemi d’uso ed è perciò una soluzione provvisoria, un tassello di una ricerca ancora in atto.

La casa editrice effequ, la prima ad adottare lo schwa per la sua collana “saggi pop”, nella nota editoriale apposta alle pubblicazioni sottolinea per esempio i “problemi [dello schwa] nell’ascolto coi dispositivi di lettura sonora”. La lettura tramite sintesi vocale di testi digitali – come per esempio i post su facebook – che contengano il simbolo ə presenta ancora numerose difficoltà.

La questione in ballo è innanzitutto ideologica. Con la scelta dello schwa intendiamo mostrare la nostra vicinanza alle istanze delle soggettività queer, nella consapevolezza che non si tratti di un meccanismo di inclusione, perché questo presupporrebbe una distinzione tra chi, trovandosi in una posizione di privilegio, può attivamente includere e chi al più può farsi includere. Meglio sarebbe parlare, con Fabrizio Acanfora, di convivenza delle differenze: non esistono includentə e inclusə, ma una comunità di parlantə e scriventə in italiano che sente la necessità di un superamento del maschile sovraesteso.

Non sono problemi secondari, non ci sono “ben altre” questioni da affrontare che possano far perdere valore a questa: ci sono in gioco la rappresentazione e il riconoscimento di numerose identità. Grazie a tuttə coloro che vorranno affrontare questa sfida con noi.

Per approfondire meglio questi aspetti e fornire a tutte le persone interessate strumenti utili legati alla comunicazione la redazione di Giovazoom sta costruendo dei dialoghi online con espertə e realtà che da tempo sono impegnatə in questo settore. 

Il primo incontro è in programma per martedì 2 marzo alle ore 19. La redazione Giovazoom intervisterà la sociolinguista Vera Gheno e l’iniziativa si potrà seguire in diretta sui canali Youtube, Facebook e Instagram di Giovazoom. Parteciperà al confronto la Vicepresidente della Regione Emilia-Romagna e Assessore al contrasto alle diseguaglianze e transizione ecologica Elly Schlein

Trovate qui l’evento Facebook: https://www.facebook.com/events/1114475118997495/

Autore
Donato

Di lui si sa poco.
Dicono si aggiri per gli studi di RFA dal lontano 2009, e che sia possibile ancora oggi vederlo aggirarsi sui palchi durante gli eventi live. Qualcuno giura addirittura di averlo sentito parlare ad un microfono o di averlo visto mentre intervistava qualche torvo personaggio.
Noi sappiamo solo che si chiama Donato, e che a volte gli piace usare il pluralis maiestatis per parlare di se.

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