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Top 11: speciale Rio 2016

Top 11: speciale Rio 2016

con l’essenziale collaborazione di Luca Vanelli.

Gli alieni mi hanno rapito. Per tre settimane. Fortuna che alcuni amici sono riusciti a localizzarmi, riportandomi sulla Terra. Mi hanno riferito che, nel periodo d’assenza, gli avvenimenti terrestri più rilevanti si sono misteriosamente concentrati in Brasile. Nella città di Rio, per la precisione. L’inerzia di queste prime torride settimane agostane, in effetti, rende impossibile stilare una “Top 11”. Meglio cogliere la palla al balzo, dunque, e schierare una formazione tutta “olimpica”.

In ogni edizione dei Giochi ci sono fenomeni che fanno razzia di medaglie (Phelps 5 ori e 1 argento, Biles 4 ori e 1 bronzo, Bolt 3 ori). C’è poi chi, stando al ranking, dovrebbe guardare tutti dall’alto ma floppa (Djokovic e Williams nel tennis, Errigo nella scherma). C’è chi sente il peso della bandiera e chi, ne siano certi, avrebbe saltato più in alto di tutti, ma l’atto finale lo guarda in lacrime da casa con una caviglia rotta. C’è una generazione di campioni che va (Ginobili nella “spicchia”, Cagnotto nei tuffi) e una che arriva. Da Carpi, magari. C’è chi tiene un popolo incollato ai teleschermi per tutto il torneo e pazienza se l’impresa riesce solo a metà. Ci sono, infine, queste undici storie: forse non le più celebri, ma ugualmente significative. In fondo, parafrasando De Coubertin, lo sport sa essere molto più di un semplice risultato.

Yusra Mardini (nuotatrice siriana)- l’Odissea di Yusra, in fuga dalla guerra civile che da anni affligge Damasco, comincia circa un anno fa. Durante la traversata dell’Egeo, il motore della sua imbarcazione di fortuna si arresta. Insieme alla sorella e un’altra ragazza, Yusra sfrutta le sue doti atletiche, si tuffa in mare e trascina (letteralmente) in salvo tutto l’equipaggio sulle coste di Lesbo. Ora vive in Germania, dove, da tempo, è tornata ad allenarsi. Non potendo gareggiare per la nazionale siriana, ha realizzato il sogno di partecipare alle Olimpiadi con la squadra dei rifugiati (nuova entità sportiva creata dal CIO), ma la sua favola si è fermata a un passo dalla finale dei 100 farfalla. L’obiettivo è “prepararsi al meglio per Tokio 2020”, ma di partire importanti, fuori dalla vasca, Yusra ne ha già vinte tante.

Dipa e Daniah (donne con gli attributi)- Dipa Karmakar è nata nel Tripura, uno degli stati più poveri dell’India. All’esordio in una competizione ufficiale si presentò senza scarpe e con un vestito cucito in casa, troppo grande. La sua palestra era priva di attrezzature necessarie, ma piena di topi e scarafaggi. Ad oggi è la prima ginnasta del suo paese ad essersi qualificata per un Olimpiade, una delle uniche cinque al mondo a saper eseguire il proibitivo Proudnova (un doppio salto in avanti raccolto, ndr) e, in patria, è considerata una star. “Mio marito non riuscirà a controllarmi, perché non voglio restrizioni”, pretendenti avvisati. Daniah Hagul, 17 anni e unica tuffatrice libica presente a Rio, ai Giochi ci è arrivata grazie a una campagna fondi lanciata dai suoi sostenitori (‘Help fund Daniah’s Olympic Dream!’). La guerra civile che da cinque anni devasta la sua patria, del resto, ha prosciugato anche le risorse della Federazione di nuoto. Trasferitasi in tenera età a Malta, comincia a nuotare a soli 4 anni, incentivata dai genitori. Vinta una borsa di studio, raggiunge la Mount Kelly, prestigiosa scuola di nuoto britannica e a 13 anni conosce il professionismo. “Ho dedicato tutta la mia infanzia al nuoto”, ma i (duri) sacrifici sono stati ripagati con tre ori ai campionati internazionali Qatar (2015) e la qualificazione olimpica. Voleva “rendere orgoglioso il suo Paese”. Missione compiuta.

Niccolò Campriani (tiratore italiano)- a Pechino 2008 arriva, al massimo, un dodicesimo posto. Complice la paura di sbagliare che lo paralizza durante la competizione. Dopo la delusione cinese, Niccolò scrive un libro autobiografico, Ricordati di dimenticare la paura, e vola negli USA per lavorare su psicologia e tecnica. Rientra a Londra 2012: un oro e un argento. Quattro anni dopo, a Rio, gli “ori” diventano due. In entrambe le manifestazioni, Niccolò utilizza la carabina che si è costruito da solo durante un apprendistato in un’azienda d’armi lucchese (Pardini Armi, ndr). A questo si aggiungono, nel curriculum, una laurea in Ingegneria manageriale alla West Virginia University, un master a Londra e uno stage in Ferrari. In autunno andrà a San Francisco per lavorare in una startup. “Non confondete i vostri sogni con quelli degli altri. E ricordate che le vittorie non determinano quello che siete, ma viceversa”, scrisse con l’inchiostro.

Elisa Di Francisca (schermitrice italiana)- tornata in finale con in tasca l’oro vinto a Londra 2012, manca il bis per colpa (o merito) della collega russa Inna Deriglazova. Durante la premiazione, la fiorettista jesina sventola, al posto del canonico tricolore, la bandiera dell’UE “in onore  delle vittime delle stragi di Parigi e Bruxelles”, dichiarando che è necessario “restare uniti contro chi vuole farci chiudere dentro casa”. Il metallo della medaglia acquista importanza secondaria, dunque.

Islam El Shehaby (judoka egiziano)- sconfitto, nega la tradizionale stretta di mano di fine incontro all’avversario israeliano Or Sasson. Visti i precedenti, “il fatto che atleti arabi accettino di affrontare quelli israeliani è un grande passo avanti” (El Shehaby avrebbe addirittura ricevuto pressioni da gruppi islamici egiziani per non gareggiare), ma la Federazione internazionale di judo decide che, comunque, è bene che la questione mediorientale rimanga fuori dal tatami, rispedendo in patria l’atleta de Il Cairo. Si alza il polverone e siamo di nuovo punto e daccapo.

Anthony Ervin (nuotatore statunitense)- terza Olimpiade a 35 anni, secondo nuotatore USA più anziano della storia a qualificarsi per i Giochi. Una montagna russa, la sua carriera, cominciata in adolescenza come valvola di sfogo per curare la sindrome di Tourette: apici di genio, picchiate di sregolatezza. L’ultimo oro nei 50 stile risaliva a Sydney 2000: primo afroamericano a riuscire nell’impresa. E’ una promessa (due ori ai Mondiali del 2001), ma finisce presto nel tunnel della droga e dell’alcool. Interrompe studi e agonismo. Ha guai con la giustizia, comincia a lavorare in un negozio di dischi, si ricicla tatuatore e anche rocker (il sogno nel cassetto). Nel 2003 vende su eBay la medaglia olimpica per dare fondi ai sopravvissuti dello tsunami dell’Oceano Indiano. Ritorna in vasca, su assist di un amico, come istruttore e riemerge da dipendenza e depressione. Nel 2007 si laurea, nel 2010 riprende gli allenamenti e, a 16 anni di distanza, torna sul gradino più alto di un podio olimpico. Due volte (vince anche la staffetta 4×100). Ebreo, buddista praticante, personalità tormentata che, come la fenice tatuata sul suo braccio destro, ha saputo rinascere dalle proprie ceneri.

Rachele Bruni (nuotatrice italiana)- dedica l’argento della 10 kilometri di fondo a Diletta, sua compagna. “Mai fatto outing. Non penso ai pregiudizi. Vivo per me stessa, per il nuoto e per le persone che mi vogliono bene”, dichiara, con la spontaneità che la contraddistingue, dopo la vittoria. Una settimana prima, l’aveva preceduta Marjorie Enya, responsabile dei volontari del rugby di Rio 2016, che, al termine della premiazione del rugby a sette donne, aveva chiesto alla giocatrice della Selecao Isadora Cerullo di sposarla. “Si”, la risposta. Ed è tutto così bello.

Elia Viviani (ciclista italiano)- calcio, tennis, pattinaggio a rotelle. L’incontro con le due ruote avviene solo all’età di 9 anni, grazie ad un amico. E’ amore a prima vista, sia su strada che su pista. C’è un problema, però: Elia ha talento, ma non vince. Almeno non quanto meriterebbe. Tipo alle Olimpiadi 2012. O ai Campionati mondiali 2016. Non si arrende e ritenta in terra brasiliana. Solita storia: Elia in testa, ma a metà gara cade causa incidente. Ci riprova e, questa volta, ce la fa, lasciandosi alle spalle due colossi come Cavendish (che cinque mesi fa gli aveva soffiato il titolo) e il campione olimpico uscente Hansen. Guarda un po’ te. A fine gara Elia sottrae una bandiera italiana al pubblico e continua a girare in pista col tricolore in spalla. Pianto lavativo e abbraccio ai genitori. E dallo Stivale c’è chi, sul divano, si unisce alle sue lacrime per festeggiare una delle vittorie più infottate e ostinate del nostro palmares.

Shaunae Miller (atleta bahamense)- “ecco cosa succede quando sono le 22:59 e l’entrata libera in discoteca finisce alle 23”: con un tuffo degno di Michael Phelps beffa, al fotofinish dei 400, l’americana Allyson Felix portando alle Bahamas il metallo più pregiato per soli 7”. Siamo in pista e non in vasca, però. Gesto antisportivo o eroico? Scorretto o caparbio? In ogni caso: Shaunae, per me, numero uno.

Nikki Hamblin e Abbey D’Agostino (atlete)- batterie dei 5000 metri femminili di atletica: una repentina frenata del gruppo causa la caduta della neozelandese Nikki Hamblin e dell’americana Abbey D’Agostino che, nonostante la brutta distorsione rimediata al ginocchio, si volta a soccorrere la collega. Si rialzano e proseguono insieme. L’atleta statunitense è, però, visibilmente impossibilitata: spetta ora alla Hamblin fermarsi e portarla a braccetto fino al traguardo. Ultimo posto a pari merito e qualificazione, ovviamente, mancata. Per premiare il gesto, la giuria allargherà il numero di partecipanti alla finale, ammettendole ugualmente. Nessuna delle due riuscirà tuttavia ad esserci per guai fisici, ma, in un mondo in cui sportività e ipocrisia spesso combaciano, l’oro ad honorem per il fair play non glielo leva nessuno.

Santiago Lange (velista argentino) e Daniele Lupo (giocatore di beach volley italiano)- “Santi” vince l’oro a 55 anni: è più anziano della manifestazione, cui, tra l’altro, partecipano anche i suoi due figli. Lo fa a soli undici mesi dall’asportazione di metà polmone a causa di un tumore. Partenza shock con penalità, ma El Flaco non ci sta: “Vamos carajo”, urla alla compagna di regata Cecilia, e la rimonta dall’ultima alla prima posizione è servita. Intelligenza, classe e carisma di categoria superiore, un modello per le future generazioni (“è una fortuna regatare contro i giovani: ho molto da imparare”). A fine gara il pianto liberatorio è naturale, come la standing-ovation che pubblico e addetti ai lavori tributano a una leggenda di questa disciplina. Diciassette mesi fa, anche Daniele fu operato per un tumore osseo. A un anno e mezzo dalla fine dell’incubo, in coppia col compagno Paolo Nicolai, scrive la storia del beach italiano agguantando il primo, storico insperato e insperabile argento olimpico. Grazie a questa impresa titanica, nella cerimonia di chiusura, Daniele sventolerà in mondovisione il tricolore in testa a tutti gli atleti con la divisa azzurra. Eroe(i) nazionale(i).

Nota: gli atleti sono stati ordinati (più o meno) in base alla loro apparizione nella manifestazione.

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Lorenzo Balbo

agosto 22nd, 2016

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