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Narratori dell’Appennino – Francesco Brusori

Narratori dell’Appennino – Francesco Brusori

Incontro con gli scrittori del territorio

A cura di Fabrizio Carollo
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In questo primo appuntamento/esperimento, mirato a scandagliare la mente e la creatività di autori dell’Appennino Emiliano, esplorando minuziosamente ogni loro pensiero per tentare di carpire il segreto del loro talento ed i motivi che li fanno apprezzare da un pubblico di lettori in continua ascesa, entro nello studio del giovane autore Francesco Brusori, residente a Rioveggio ed immediatamente mi colpisce lo sguardo che ha mentre chiacchieriamo della sua avventura letteraria e degli esordi nello sconfinato mondo dell’arte del raccontare. Francesco è riflessivo e non c’è frase che non sia assolutamente ponderata e frutto di una determinazione e concentrazione che affascina ed un poco sorprende, considerata la sua giovane età. Un talento sicuramente in evoluzione e dai gusti raffinati, che tuttavia non si limita ad un accurato lavoro di ricerca per rendere assolutamente perfette sia ambientazioni che contesti storici ma anche la volontà di una caratterizzazione dei protagonisti che cattura da subito e si addentra nei meandri, a volte più oscuri, della mente senza mai cercare giustificazioni né scuse o pietà per le azioni dei personaggi. Il tutto condito da una sapiente ironia dosata al punto giusto che completa l’opera di attrazione del lettore verso un gusto della letteratura a tratti decisamente raro e per questo molto più accattivante e mai scontato.

Ma lasciamo che sia lui stesso a svelare (non troppo!) qualcosa in più di ciò che lo spinge a scrivere e narrare:

Quando e come la scrittura ha investito la creatività di Francesco Brusori?

Per rispondere al “quando” penso che si debba risalire al primo anno delle Scuole Medie, momento in cui, un po’ per didattica e un po’ per piacere, mi sono ritrovato a scrivere soprattutto liriche di natura poetica. Solo in seguito, parallelamente ad un sempre maggiore piacere derivante dalla lettura di libri d’autore, ho iniziato ad andare oltre i “versi”, componendo racconti. E così col “quando” si risponde pure al “come”: la mia creatività è stata infatti educata dalla progressiva lettura di opere più impegnative degli iniziali Piccoli Brividi, che invece mi avevano affiancato fin dalle elementari.

Quali letture ti hanno maggiormente influenzato, per creare una tua identità narrativa?

Penso che le opere che mi abbiano insegnato, nel senso proprio del “segnarmi dentro”, dal passato ad oggi, siano state diverse e ognuna mi ha colpito per una propria caratteristica. La prima tra tutte  risale ai tempi delle Elementari, Cuore di De Amicis, lettura che mi travolse totalmente con la sua umanità; poi, durante le Scuole Medie, penso siano due: Il diario di Hanna Frank e Il Partigiano Johnny di Fenoglio. Entrambe queste opere, mi fecero comprendere quanto il passato, benché stia alle nostre spalle e non bussi direttamente alla nostra porta, “può” dire di noi nel bene come nel male. Infine, arrivando ad oggi, autori come Hermann Hesse, Kafka, Goethe, Dostoevskij, Pirandello poi Sartre e Beckett soprattutto per ciò che riguarda il teatro, li reputo ormai alquanto “familiari” per quel che riescono a dirmi, pur ovviamente non avendomi mai conosciuto. In poesia invece Leopardi, Foscolo e Montale rimangono di sicuro insuperabili. Tuttavia, riguardo all’identità narrativa, mi reputo ancora in costruzione e solo all’inizio, quindi non posso avere già un disegno completo che sia in grado di mostrarmi in toto. Anzi, per di più, mi vedo in un “caotico divenire”.

Quale genere ti rappresenta di più come scrittore?

Fino a un po’ di tempo fa avrei risposto il genere “giallo”, anche se poi il mio modo di vedere tale genere è sempre stato particolare: vi ho infatti da sempre inserito un significativo elemento psicologico. Nel romanzo L’Arte del Vivere questo è abbastanza esplicito. Quindi non mi sono mai definito un “giallista” in senso stretto. Invero, questo genere mi attrae proprio perché, da un lato, mi permette di offrire una storia maggiormente “narrativa” in grado di ospitare le indagini, i complotti, gli omicidi mentre, dall’altro, alla stessa maniera mi permette di costituire sullo sfondo una storia più “introspettiva” capace di cogliere le complessità e polarità, razionali quanto irrazionali, che informano di sé l’animo del protagonista e, potenzialmente, pure gli altri personaggi del libro. Detto ciò, ora mi trovo nella situazione di tentare di capire se io voglio davvero dare più spazio al fattore psicologico-filosofico oppure mantenermi ancora all’interno di questo mio “
composito” giallo.

12119061_1040299056001701_5384580450916707213_nNei tuoi romanzi, prediligi la caratterizzazione dei protagonisti oppure il lavoro di ricerca per i luoghi, la storia di essi, ecc…?

Prediligo sicuramente la caratterizzazione dei protagonisti, dal momento che per quanto mi riguarda è da essi che nasce la storia. In generale, ogni personaggio, a mio modo di vedere, “deve” vivere, ossia essere vivo, per risultare credibile e capace di dire qualcosa di sensato. I luoghi invece seguono a ruota con la costruzione della storia e sotto lo sguardo determinante dei protagonisti che prendono a viverli.

L’arte della scrittura pensi che possa definirsi completamente libera oppure deve rispondere di determinate regole e schemi forse troppo commerciali?

La scrittura, appunto, è un’ “arte” e come tutte le arti, a mio avviso, porta in sé un compromesso: essa vuole “dire” e “comunicare” qualcosa di intimo, emotivo ed interiore ma, allo stesso tempo, nel momento in cui arriva a tentare di dirlo in maniera razionale l’ha già tradito. Il contenuto artistico sia pure prepotente finché si vuole, ma una volta comunicato è già stato tradito, poiché il linguaggio, il “dire” o “comunicare” appunto, è sempre, in un certo qual modo, violenza e parzialità che non può comprendere in toto l’illimitatezza, per quanto ne sappiamo, della nostra interiorità. Pertanto si arriva a “dire” solo una parte dell’universo che ci riempie e solo in un dato modo scelto. Il compromesso nell’arte è inevitabile, secondo me: tradurre in parole piuttosto che in segni ciò che si prova implica un tradire il vissuto, che in parte rimane, e rimarrà, incomunicabile. Ecco, allora, perché ritengo che anche l’arte della scrittura non sia completamente libera, come ogni altra espressione artistica. Di qui, però, c’è tutta la libertà di un autore (o di un artista) di scegliere il proprio linguaggio, le proprie regole, al fine di veicolare nel modo migliore – per quel che è possibile – il proprio sentire, vivere.

Progetti futuri?

Credo proprio che questa sia la domanda a cui mi è più difficile dare una risposta. Per il momento sto sperimentando un campo più psicologico-filosofico e dovrò attendere un po’ di tempo per vedere cosa verrà fuori. Dovrò, insomma, prima capire “che cosa” voglio dire e “come”. Tuttavia, una cosa ce l’ho ben chiara: continuerò a scrivere se avrò qualcosa di sensato da dire. Altrimenti penso sia inutile sprecare carta. Per adesso è un work in progress.

Potete trovare e seguire Francesco Brusori nello sconfinato universo Facebook.

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Fabrizio Carollo

27 Maggio, 2016

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